Geologia.
📍 Colline del Prosecco (TV), dopo 12-15 km di corsa, più di 30 mancanti.
Ciao, sono Davide.
Avevo detto che avrei segato queste introduzioni, ma qui serve.
Sabato ho corso i 51 km del mio primo ultra trail. Da quando sono uscito di casa salutando Silvia ch’era tornata a letto dopo avermi a sua volta salutato (05:01) a quando sono rientrato (17:35), sono stato solo nella mia prestazione e nei miei dolori e, com’è prevedibile, con i miei pensieri.
Ogni cosa come sempre in questi lunghi momenti di interiorità è chiara e articolata, ramificata e illuminante; metterla su carta è un altro paio di maniche - ma c’è questa cosa che mi preme appuntare/appuntarmi. In attesa di tempo per scrivere il resto.
Nel mezzo di questa uscita di Incudine, riporto una vecchissima pagina del mio blog (era il 2010): una pagina che mi è tornata in mente parola per parola mentre correvo - una tra le pagine alle quali sono da sempre più affezionato, e nella quale stratificato c’era tutto il Davide di allora (e in parte anche quello di adesso).
Quella pagina è scritta molto difficile - così scrivevo a quei tempi (ma scrivevo per me - ma per chi è che si scrive, per chi è che si fa arte d’altronde?). È scritta molto difficile, dicevo, e la rete di richiami sotto ogni riga è tipo un micelio che corre dentro a tutto quello che leggevo, studiavo, vedevo, ascoltavo all’epoca.
NON È NECESSARIO CHE LA LEGGI, quella parte, davvero: l’aneddoto e l’appunto ci sono lo stesso.
E adesso hop hop hop, andiamo.
Trovi tutto quello che devi sapere su di me e su questa newsletter in basso, dopo il pezzo di oggi. E mi fa piacere se ti iscriverai o condividerai Incudine: trovi gli appositi pulsanti strada leggendo. Uno, per dire, è questo:
Grazie per essere qui, e buona lettura.
Geologia.
Sono alcuni anni - potrei dirti il giorno e il momento precisi in cui ho iniziato a pensarci, ma non è importante - che il tema dello scolorimento dei ricordi sta nelle mie riflessioni, mi inquieta, mi turba.
Non so dove siamo noi di preciso, né tantomeno so dove saremo - dove il verbo essere è inteso nella sua accezione interiore, spirituale, intima - dove saremo noi quando i ricordi e la percezione inizieranno a confondersi, a sbiadire, a ridondare. Né ho idea se sentiremo o meno la perdita di interi brani di noi: non lo so e non lo posso sapere, ma è una cosa che temo.
Quando scrivo le mie cose, quando non ho quelle mille pippe del messaggio e del destinatario, quando non devo necessariamente farmi leggere, so che io - Davide - è dentro il ricordo che ho scelto di fissare su carta, nella scelta stessa del ricordo, e parimenti è nel come lo scrivo.
Nella scelta delle parole, nella dinamica delle frasi, nel respiro che provo a insufflarci, nel peso di ogni cosa e nel peso di ogni cosa in relazione alle altre.
In qualche modo, questo spiega perché mi sono sempre trovato più realizzato a scrivere momenti, attimi, scene, dialoghi, che non storie; ma questo è altro argomento.
Il pezzo che non serve che tu legga
Era il duemiladieci; ero un po’ solo e solitario, a quei tempi, e non mi trovavo certo al picco della mia felicità - tutt’altro; chi lo sa: forse addirittura camminavo quotidianamente sul bordo di un senza-fondo pozzo di depressione; ma se in genere l’equilibrio non è una mia virtù, beh, in qualche modo in quel frangente mi sono sempre mosso elegante e sicuro, e non è successo niente.
In quegli anni c’erano tante cose a riempire in modo positivo e significativo il mio quotidiano; sentivo che stavo crescendo come essere umano, come mente pensante, come scrittore - riposate in pace blog che si facevano per niente, per nessun guadagno, per sé stessi; mettevo tempo e fatica e spirito nello studiare, nel percorrere sentieri di cultura, nell’approfondire; e c’era il lavoro che, seppur non fosse sua minima intenzione quella di gonfiare il mio portafogli (sia mai!) - mi teneva attivamente fuori dalla zona di comfort, mi metteva in compagnia di persone comunque interessanti, e mi faceva accedere a una riserva inesauribile di aneddoti.
Per quanto facessi, però, vivevo una vita sempre simile a sé stessa (il che non è necessariamente un problema, eh; purché tu ne venga a patti - non banale); e alcune delle cose che più o meno consciamente desideravo continuavano a non palesarsi. Ne ottenevo, in definitiva, il senso di un lentissimo, lentissimissimo passare del tempo.
Una cosa delle ere geologiche, insomma. E allora scrivevo questo12:
Così la vita e la Vita riprendono a essere quella familiare successione compressa e compattissima di redbull, tennents e caffè delle macchinette: e i liquidi nocivi saturano le interfacce - poco meno che fessure - tra i livelletti delle cose e delle Cose; e intanto mia consolazione è l’aver in-parte imparato a comprìmer le parole secondo miei disìi: a comprimerle e a dilatarle e a cambiarne densità: facendolo comunque con Amore e Rispetto tantissimo, perché le Parole hanno da giocare a nascondino tra loro, chiamarsi e inseguirsi e spintonarsi e capitombolare, libere: e non le puoi turbare in questo, pena disaffezione e abbandono e cacofonia non-voluta e incontrollabile e infettiva. E la vita, e la Vita - anche - tornano ad essere con evidenza quella lentissima accrezione, come di strati sedimentari sul fondo di mari quieti - la tempesta solamente screzia la superficie, fa cozzare l’involucri di mine navali, le loro antenne gasteropode: ma null’altro che riverberi di luce arrivan’ quaggiù. E la lentezza dell’accrezione è lancinante se non impari a’ingannare il tempo - e te stesso - mentre coi piedi fin le caviglie dentro a’ gusci di bovoletti, ossicoli, ossi di seppia e lumachèlle e gamberi e altri animali marini ti fai sollevare piano nella Vita dall’accrezione stessa: frazione di millimetro dopo frazione di millimetro dopo frazione eccetera; e lentissimissimamente sali, per moviment’immobili che finiscono in -zoico: e mentre sali e ti guardi attorno scettico e ti gratti i testicula per l’attesa d’arrivar montagna, in una mano tieni il tuo Cuore e nell’altra un negroni: da praticar virtù di temperanza e centellinare, ché non hai idea di quando il formare geologico riuscirà a produrre un altro bar.
Riprendiamo.
E in questi tempi dell’intelligenza artificiale e del delegare tutto (anche lo scrivere di sé, dannazione a voi), la questione mi inquieta e mi turba ancora di più. Perché del pezzo che ho riportato sopra posso spiegare - e percepire intimamente e rivivere quando lo leggo - ogni perché, ogni sfumatura, ogni microscopica sinapsi del testo che si spinge fuori da esso per andare a connettersi ad altro - scrittura, pensiero, pezzo di me.3
Se una cosa - un fatto, una sensazione, un’emozione - è stata filtrata da altro/altri: non sono io.
Scrivevo qualche mese fa nel mio quadernetto. Se per un qualunque inghippo cerebrale dovesse ad un certo punto essere necessario rimettermi dentro i ricordi della vita passata per ridarmi il senso del mio passato e della mia coscienza: vorrei che fossero stati scritti da me. Con le mie incoerenze, la mia incapacità di capire, le mie interpretazioni, le mie scelte lessicali e le mie sottolineature, gli errori, le manchevolezze, le pippe mentali, la troppa punteggiatura e pure i due due-punti nella stessa frase, i voli lirici per carità, certo, ma anche le ripetizioni e le quotidianità. E non vi preoccupate di togliere le cancellature: che anche sotto ai barrati e agli scarabocchi ci sarebbe qualcosa per me da recuperare.
È il senso ultimo dello scrivere, del tenere un diario, del trasferire la propria memoria.
Davide! Ma corri o stai qui a blaterare?
In questo momento non saprei dire dove sia successo questo fatto; diciamo solo che c’è stata un po’ di confusione, durante la gara, e accontentiamoci di sapere che erano già passate un paio d’ore, almeno una dozzina di chilometri e un seicento metri di dislivello.
Sto corricchiando motivato, ho da poco messo su della musica ma la tengo a volume di accompagnamento, preferendo per ora concentrarmi su altro - non ultimi i miei inguini che, i giorni scorsi in allenamento, hanno preso a fare le bizze.
Ancora collina. Prati digradanti sulla sinistra, oltre i quali spuntano al di là di una valle le ondulazioni isoipsoidali (?) delle famigerate Colline del Prosecco; castagneti sulla destra. Di fronte a me c’è un altro corridore, ha la falcata un po’ più lunga della mia ma ho preso a stargli dietri ugualmente. Sotto ai miei piedi la strada bianca dà l’idea di essere impegnata da un po’ nell’idea di tornare sentiero; ogni cosa è coperta dalle foglie secche dei suddetti castagni, un tappeto tra il ramato, il marrone, accenti di giallo cupo.
Guardo in su, alla fine di questa salitina, e vedo che sul culmine, giusto in disparte, c’è un vecchio. Allora, come faccio sempre quando in montagna vedo approssimarsi qualcuno, mi sfilo gli auricolari, li lascio penzolare sulla pancia. Sotto, oltre il filare di esili alberi che borda la strada, intuisco una casetta di pietra, un comignolo, quelle inevitabili lamiere che proteggono le legnaie degli anziani rurali.
Vedo il vecchio proporre al tizio che mi precede una cosa bianca e irregolare. Sono a tiro di voce e lo sento:
“- crine di mare, qui c’era il mare.”
Né io né l’altro tipo ci fermiamo: rallentiamo solo, abbastanza per dargli retta, per comunicare. Stimo che abbia ben passato gli ottanta; ha un maglione rosso scuro dal quale spunta un colletto di camicia, i pantaloni di velluto sformati; la pietra che porge, grossa come la sua mano stesa, è una scheggia di calcare bianco, sulla quale riesco a vedere le delicate impressioni di un fossile - quattro, cinque linee che si irradiano da un centro.
Tre milioni di anni, pensate, tre milioni e c’era il mare tutto qui, ripete; ha in bocca tanti denti quante le impressioni del fossile nella pietra e faccio l’errore di guardarlo negli occhi mentre lo supero - ruoto il collo per reggere lo sguardo e intanto dico eh sì, è bellissimo, e lui ripete c’era il mare, non è incredibile? Tre milioni di anni, qui, qui sopra; non fa gesti né niente, solo propone un po’ di più la scheggia di calcare a me che sono già dieci, venti metri lontano, sto salendo la salitina e allora mezzo mi giro e gli ripeto che quel sasso è bellissimo davvero, grazie, e il tizio davanti a me senza più voltarsi lo saluta con un buona giornata e il vecchio dopo un altro tre milioni, pensate, tre! ci dice un gentile buona giornata anche a voi e dopo una piccola pausa anche un buona passeggiata; e a questo punto ho scavallato la salitina e mi rendo conto che in quello sguardo c’era gentilezza e quiete e forse un orizzonte di vita che è sempre stato circoscritto, e quello stupore e meraviglia e fierezza per la propria terra che forse si erano allargati a riempire ogni spazio lasciato libero da tanti altri pensieri volati via un po’ alla volta; che forse quei tre milioni di anni sono stati detti e continuano ad esser detti a chiunque, a chiunque, a chiunque, a chiunque, e i figli o i nipoti rovesceranno gli occhi indietro come sempre si fa nell’eterno ridondare dei vecchi, ma intanto quelli ci sono, quelli restano, quei tre infiniti milioni di anni sempre più netti e dai quali non si può distogliere lo sguardo - sottili linee in rilievo sulla superficie bianca di una pietra destinata infine a diventare liscia e poi sparire nell’erosione; e qui mi si sono riempiti gli occhi di lacrime e per un po’ ho corso in discesa alla cieca, senza sapere bene perché.
Poscritto
Coincidenza. Ho appena finito questo pezzo, e in La storia da dentro di Martin Amis leggo questo stralcio dell’intervista fatta dall’autore allo scrittore V. Pritchett:
– Quando invecchiamo, – mi disse, – diventiamo molto noiosi e prolissi per noi stessi. I pensieri si fanno prolissi, mentre prima erano davvero piacevoli e agitati. Una storia è una forma di viaggio. Mentre scorre sulla pagina, la penna viaggia. Viaggia attraverso menti e situazioni che ci rivelano tutta la loro stranezza. La vecchiaia uccide il viaggio. Le cose non ci si parano piú davanti all’improvviso. Fondamentalmente ci proteggiamo –. Intendeva sia fisicamente sia emotivamente: non voglio sorprese, per piacere. – Le storie ci si presentano quasi per caso. E invecchiando tendiamo a vivere una vita che esclude il piú possibile il caso –. Pritchett fece una pausa, poi aggiunse con un sorriso dolente: – In realtà non c’entra niente. Invecchiamo e basta.
Incudine in breve
Sono Davide Zambon, ghostwriter e scrittore. Incudine è la mia newsletter e queste sono sei notizie e informazioni utili su di me.
Puoi trovare il mio primo libro, Attraverso: come ho attraversato l’Islanda a piedi durante l’estate più piovosa degli ultimi trent’anni (2021, autoprodotto), su Amazon. Trovi altre informazioni su Attraverso qui.
Sto scrivendo il mio secondo libro, il cui titolo di lavoro è MPSP. Ne pubblico regolarmente estratti in questa newsletter. Sto lavorando ad alcuni racconti brevi per mettere le basi - di lore e linguaggio - di una cosa che chissà quando.
In questo momento sono in Valbelluna.
Sono il 50% di bagaglioleggero.it, blog di montagna, viaggi e nomadismo digitale in chiave alpina. Ci trovi anche su Instagram e nella newsletter mensile Fuori Traccia.
Per i miei servizi di ghostwriting, copywriting e per tutte le altre richieste, scrivi a davide@davidezambon.it
Questo sono io:
A giovedì prossimo, anche se non è detto che sarà giovedì, né tantomeno “prossimo”!
Ogni cosa - apostrofo, maiuscola o minuscola, neologismo o arcaismo - è frutto di una scelta, ed è coerente al “come scrivevo” all’epoca. Ma sono cose da artigiani della parola, in questo momento non serve farci caso.
Sì, se hai qualche fondamento di geologia è meglio :)
Sì sì ci sono quei momenti nei quali rileggo qualcosa e penso cosa cazzo intendevo, ma è normale anche questo ;-)



